Le Novità

  • L’inizio…

        
  • La mostra in viaggio…

    La mostra in viaggio…

    Da domani, giovedì 29 ottobre 2026, e per la durata di una settimana, la mostra sarà ospitata presso il Centro Diurno Integrato “Stefania Invernizzi”.

  • Volti e storie dal mondo In tredici video ecco la «Muggiò nascosta»

    Volti e storie dal mondo In tredici video ecco la «Muggiò nascosta»

    Leggi l’articolodi Rosella Redaelli
    “Buone Notizie – L’impresa del bene” @ Corriere della Sera

  • Un desiderio sincero

        

    Sono Simona. Su invito di un amico di Muggiò di Cittadinanza Attiva, a settembre mi sono resa disponibile ad aiutare una mamma che, per motivi di lavoro, non riusciva a riprendere la figlia di due anni e mezzo dall’asilo nido.

    Subito si è instaurato un grande affiatamento con la bambina e la sua famiglia. Ci siamo frequentati sempre più spesso e ad un certo punto la mamma, con tutta la sua discrezione, mi ha chiesto se sono cattolica e ha espresso il desiderio di poter battezzare la bimba.

    Il suo sincero desiderio ha miracolosamente coinvolto me e mio marito come madrina e padrino di questa splendida creatura.

    Nostro Signore ci stupisce sempre e a breve anche la mamma inizierà il suo percorso per ricevere la Santa Comunione.

    Non ho mai pensato di poter ricevere nella mia vita così tanta Grazia, ma Lui ha detto: “Se non ritornerete come bambini non entrerete mai”.

  • L’oratorio feriale

        

    Qualche anno fa Don Matteo ha cominciato a parlare di un sogno: quello di un luogo per i ragazzi dove crescere insieme, attraverso lo studio Il Don ha proposto a tutti noi di sognare insieme a lui…era alla ricerca di volontari.

    La casa di Giò si è concretizzata cinque anni fa, così ho iniziato ad aiutare i ragazzi delle medie a fare i compiti.

    È stato questo sogno che mi ha chiamata o forse richiamata a mettermi accanto ai giovani.

    I compiti e lo studio sono importanti per la crescita e la realizzazione di questi ragazzi, ma sono anche occasione di incontro, di amicizia, di inclusione.

    Una volta una professoressa amica mi ha detto “Se i figli non li sogni non crescono” e forse la motivazione che mi accompagna oggi è questa: comunicare a questi ragazzi il desiderio e la fiducia di potercela fare, di realizzarsi, di essere amati per poter amare.

    Lo scorso anno, a novembre, sono arrivati un fratello e una sorella che non conoscevano una parola di italiano, perciò una ragazzina, originaria dello stesso paese, ci aiutava facendo da traduttrice. Oggi, a un anno di distanza, è meraviglioso vedere quella ragazza che è stata aiutata mentre aiuta altri nuovi amici ad imparare l’italiano. È una conquista ed una gioia grande.

    Io ho iniziato a fare volontariato a 15 anni. È stato l’inizio di una trasformazione dello sguardo, dell’atteggiamento, della gestualità… Pian piano mi sono aperta all’incontro con l’altro, alla condivisione.

    Oggi ho 53 anni e per me è magnifico condividere questo impegno con le altre volontarie, c’è sempre tanto da sorridere e da imparare. Ci si aiuta e ognuno porta la sua ricchezza d’animo, il suo sapere e il suo carisma.

    È bellissimo che ci sia anche una volontaria molto più giovane, con la sua vitalità e la sua freschezza.

    Penso sia di vitale importanza educare i giovani alla gratuità e forse tanti di loro hanno molto da insegnare e amore da donare.

  • Una lametta per la barba

        

    FERNANDA

    La Caritas non è più solo un ente che distribuisce cibo e vestiti. Oggi è fondamentale soprattutto ascoltare il bisogno dell’altro e incontrare la persona.

    Per esempio, è arrivato un ragazzo con una barba molto lunga e ci ha chiesto una lametta perché voleva sentirsi più pulito e in ordine. Lo abbiamo poi indirizzato alla Caritas di Monza, dove avrebbe potuto anche fare una doccia.

    È importante conoscere anche le altre realtà che aiutano le persone, per collaborare e riuscire a rispondere ai bisogni in modo completo.

    Io ho sentito Marina dire che questa esperienza le ha fatto bene. Per me è stato un po’ diverso, ma in qualche modo simile.

    Io lavoravo ancora e avevo ancora i ragazzi a casa. A un certo punto ho iniziato a sentire che mi mancava qualcosa. Anche se lavoravo in Comune, a contatto con le persone, avevo bisogno di fare qualcosa che facesse bene a me. Avevo bisogno io di farlo.

    Quando ho deciso di licenziarmi, i miei figli non erano d’accordo. Io ho detto: adesso voi cominciate a lavorare, vi sposerete e andrete per la vostra strada. E io cosa faccio? Aspetto di diventare nonna?

    Prima sono andata dai disabili in via Buonarroti. Finché mi hanno messo allo stiro, andava bene. Quando mi hanno affidato le ragazzine, invece, ho capito che facevo fatica.

    Vedere queste bambine che mi venivano in braccio e mi abbracciavano per me era doloroso. Tornavo a casa troppo triste.

    Oggi seguiamo circa 100 famiglie, per un totale di circa 300 persone. Ci confrontiamo spesso con il Comune, soprattutto per gli aiuti economici e, ultimamente, per la richiesta di alloggi.

    MARINA

    Siamo una decina di persone, ognuna con il proprio ruolo, anche se siamo disponibili a fare un po’ di tutto.

    Io, per esempio, non mi occupo della parte burocratica e organizzativa, perché ci sono altre persone più competenti.

    Quando preparo i pacchi non conosco le persone che li riceveranno, però cerco di avere un’attenzione particolare. Vorrei che gli altri fossero trattati come vorrei essere trattata io.

    Cerco di mettere le cose in ordine, anche perché così ce ne sta di più. E, se so che una famiglia è musulmana, per esempio, non metto affettati o salumi.

    Anch’io lavoravo ancora e davo una mano all’Associazione Stefania. Poi, quando hanno aperto la casa di riposo a Muggiò, ho iniziato ad andare lì.

    Ho dovuto smettere perché avevo assistito mia mamma, che soffriva di Alzheimer, e rivedere persone con gli stessi problemi mi bloccava: mi ricordavano quello che avevo passato.

    Io sono arrivata qui dieci anni fa, quando è morto mio marito. Quando mi hanno chiamato, per me è stata una provvidenza.

    Dopo un dolore così grande, cosa avrei fatto? Sarei rimasta a casa a guardare i muri. Invece ho ricevuto questa proposta e l’ho subito accolta. Per me è stato anche un aiuto morale e lo faccio volentieri.

    Cerco di esserci sempre, perché penso che, se io do un po’ del mio tempo, anche dall’altra parte possano capire la mia disponibilità.

    È una gioia quando le persone che aiutiamo ci incontrano per strada, ci riconoscono e ci salutano.

    Questa gente spesso non ha niente. Noi invece abbiamo amici, una famiglia, una fede.

    Comunque, mettersi al servizio degli altri e di tante situazioni è innanzitutto un dono. È proprio un’esigenza che senti dentro.

  • Bevendo un caffè

        

    Più di un anno fa, ho iniziato -timidamente- il servizio di volontariato dalla signora Annamaria.

    Questo impegno, nato come “servizio”, si è trasformato pian piano in un’amicizia.

    Annamaria è una donna molto forte: la sua disabilità e le fatiche quotidiane hanno rafforzato il suo carattere. Sa di dover essere un leone per affrontare le difficoltà della vita, ma ciò l’ha resa un po’ chiusa e diffidente.

    Pian piano, bevendo un caffè e condividendo aneddoti divertenti o prove difficili superate, si è aperta con me, e si è creato un rapporto di fiducia reciproca.

    Con il suo permesso, siamo arrivati ad avere un colloquio con l’Assistente sociale, con cui ha fatto una bella chiacchierata sulle sue esigenze e su come il Comune possa sostenerla nella quotidianità.

    In questo ultimo anno Alfonso, il marito che era la sua spalla, ha avuto gravissimi problemi di salute che lo stanno allettando ed indebolendo, tanto da avere lui stesso bisogno di aiuto. Aiuto che Annamaria non gli può dare.

    Così i Servizi sociali si sono prontamente mossi, hanno accordato un sostegno “pratico” che, per Anna, ha un immenso valore anche psicologico: non è sola!

    Questa rete strutturata e ben organizzata di professionisti sono “lo Stato che si fa prossimo” alle esigenze dei cittadini, specialmente in un bisogno imminente ed improvviso.

    Io ho fatto solo la segnalazione, il Comune l’ha raccolta e si è messo in moto per comprendere le difficoltà emerse.

    Adesso il mio ruolo rimane marginale. Ho il piacere di bere un caffè con Anna e di chiacchierare del più e del meno, il piacere di dialogare con lei perché è una persona arricchente.

    Ora Annamaria è serena, sa di poter alzare la cornetta e chiamare in situazioni di emergenza, ha constatato che il Comune c’è!

    Per l’esperienza che sto vivendo, ringrazio chi mi ha fatto incontrare questa realtà.

    Comune di Muggiò

  • Arricchisce chi dona

        

    Ciao a tutti,
    sono una donna di 60 anni e da tantissimi anni cerco, nel mio piccolo, di aiutare chi si trova in difficoltà, facendo beneficenza per la Società di San Vincenzo. Ho iniziato quando c’era ancora Don Giuseppe come parroco e gli aiuti venivano destinati anche alle famiglie dei carcerati.
    Conosco da vicino cosa significa attraversare un momento di disagio e non riuscire a provvedere nemmeno a qualcosa di essenziale come il cibo. So quanto possa essere umiliante e doloroso trovarsi a fare i conti con la paura di non avere abbastanza per sé o per la propria famiglia. Ed è proprio per questo che, ogni volta che posso dare una mano a qualcuno, lo faccio con tutto il cuore.
    A volte dimentichiamo quanto siamo fortunati. Apriamo il frigorifero e troviamo qualcosa da mangiare, prepariamo un pasto senza pensarci troppo, magari buttiamo via ciò che è avanzato. Sono gesti normalissimi per noi, ma per qualcuno, magari a pochi passi da casa nostra, avere un pasto sulla tavola non è affatto scontato.
    Per questo vi chiedo, con il cuore, di fermarvi un momento a pensarci.
    Non è necessario spendere grandi cifre o riempire carrelli della spesa per aiutare. Anche un piccolo contributo può fare la differenza. Potete donare del cibo che avete in casa e sapete che non consumerete, purché naturalmente sia ancora integro e sicuro da mangiare. Quello che per noi può sembrare poco, per un’altra persona può significare poter mettere insieme una cena.
    Nessuno dovrebbe provare vergogna perché ha bisogno di aiuto. La vita può cambiare in un attimo e nessuno di noi può sapere se, un giorno, dall’altra parte potremmo esserci noi o qualcuno che amiamo.
    Cerchiamo di metterci un po’ di più nei panni degli altri, di vivere con maggiore empatia e di essere grati per tutte quelle piccole cose che ogni giorno diamo per scontate.
    Aiutare qualcuno non arricchisce soltanto chi riceve. Arricchisce profondamente anche chi dona.
    In un mondo in cui troppo spesso l’indifferenza, l’avidità e la mancanza d’amore sembrano essere diventate normali, scegliamo di non abituarci. Scegliamo di rimanere umani.
    Anche un piccolo gesto può essere enorme per chi, questa sera, non sa cosa mettere in tavola.

    Consiglio centrale di Monza
    Conferenza San Giuseppe alla Taccona – Muggiò

  • Come sorelle

        

    EMI

    Quando per accompagnare mia figlia ho varcato la soglia della casa della famiglia, ero molto in imbarazzo. Arrivavo con due scatoloni di spesa che mi aveva preparato il banco “Noi gli Amici di Paolo”. Sapevo benissimo che le loro esigenze erano molto più grandi: mamma, papà e quattro figli minorenni. Il padre aveva portato tutta la famiglia dal Marocco perché aveva un buon lavoro come operaio specializzato, ma presto si è ammalato gravemente, poi è venuto a mancare.

    L’imbarazzo si è subito sciolto: la mamma mi ha ringraziato per la pasta, il riso e i biscotti, raccontandomi subito dopo delle difficoltà della figlia più grande, che avrebbe dovuto affrontare gli esami di terza media e la ragazza era spaventata.

    IKRAM

    Io sono la figlia più grande e mi chiamo Ikram. Adesso ho 25 anni.
    La famiglia di Emi si è attivata e abbiamo iniziato subito con le ripetizioni per la scuola fatte dalle sue figlie, Francesca e Chiara.

    Da quel primo incontro è passato tanto tempo: 10 anni di condivisione e confidenze tra le mamme (qui con me c’è la mamma Aziza).

    C’è stato tanto affiancamento nelle decisioni importanti della vita: sulle scuole dei figli (le due mamme -anche sbagliando!- si sono sempre confrontate insieme), sulla ricerca del lavoro e per trovare soluzioni per arrivare a fine mese e pagare l’affitto.

    La mia famiglia con la pacatezza tipica del Nord Africa, Emi e la sua famiglia con lo slancio brianzolo.

    Negli anni, la familiarità è cresciuta. Parlando di Emi, la mia mamma dice: “È come una sorella”, e io, mia sorella Isae i miei fratelli in effetti la chiamiamo zia!

    Un bilancio di questi anni? A noi sono arrivati centinaia di pacchi alimentari, ma questo è solo un dettaglio di una storia molto più grande: una storia di carità, di bene reciproco, di affetto.

    Anche di Natali passati insieme.la mia famiglia musulmana, cristiana la famiglia di Emi, Chiara, Francesca e Donato ma tutti uniti dalla passione per il destino dell’altro.

    AZIZA

    Grazie per tutti gli sforzi che queste persone hanno fatto per noi. Li ringrazio davvero tanto, perché è stato un aiuto fatto con tutto il cuore. Anche se non trovo le parole giuste, ma non smetterò mai di ringraziarli.

  • Un’accoglienza che commuove

        

    Sono Hanna. Il 24 febbraio 2022 la mia vita e quella della mia famiglia è cambiata per sempre, abbiamo perso la possibilità di vivere serenamente nella nostra casa.

    Con i miei due figli piccoli, una valigia e un piccolo zainetto affidato a mia figlia con una coppia di documenti e numeri di telefono importanti, sono partita verso l’ignoto.

    Il viaggio è stato il più difficile della mia vita. Ho detto a mia figlia che se mi fosse successo qualcosa, avrebbe dovuto salvare suo fratello e correre con lui e quello zainetto in un posto sicuro. E lei mi ha chiesto: “Cosa potrebbe succederti?”. È stato difficile per me dirle che da un momento all’altro lungo la strada la nostra macchina avrebbe potuto essere attaccata… E le ho detto che il Signore ci avrebbe protetti tutti noi.

    Ho guidato per 2500 km da sola, quasi senza riposo, ma grazie a Dio e alle persone gentili che abbiamo incontrato lungo il cammino, ho trovato la forza di continuare la nostra strada.

    Siamo arrivati a Muggiò e, attraverso una conversazione calorosa, piena di premura e di desiderio di aiutarci, abbiamo incontrato i volontari.

    Una settimana dopo, non ci aspettava solo un appartamento, ma una casa preparata con cura fin nei minimi dettagli. Letti con coperte calde, tutto il necessario in cucina, cibo in frigorifero e tutto ciò che poteva servire ai bambini. E 10 minuti dopo essere entrati in casa, i vicini ci aspettavano con una torta. L’appartamento era preparato come se fosse per la loro famiglia.

    L’accoglienza a Muggiò è stata commovente. Siamo incredibilmente grati a tutti coloro che ci hanno aiutato ad adattarci al nuovo ambiente. La comunità di Muggiò è diventata la nostra casa di salvezza, abbiamo imparato ad amare questa città piccola, tranquilla e accogliente. Abbiamo le nostre difficoltà, ma la cosa più importante è che siamo salvi!

    Ci sostiene la Speranza e la Fede nella provvidenza del Signore. Dio ci manda delle prove da superare così ci rafforziamo e non cadiamo nella disperazione.

  • Ho iniziato a respirare

        

    Mi chiamo Alama ho 32 anni e un figlio di 5. Vengo dalla Guinea Francese e sono stata con i miei nonni fino ai 20 anni, perché i miei genitori si erano trasferiti in Italia. Quando ho raggiunto i miei genitori, per me è stato molto difficile: non avevo un lavoro, non sapevo la lingua… Mia mamma mi ha sempre spinto ad arrangiarmi, mi mandava a fare la spesa e a fare altre commissioni, mi dava un foglio scritto con il nostro indirizzo da usare nel caso in cui mi fossi persa.

    A un corso gratuito di italiano, ho conosciuto una ragazza peruviana che faceva la badante: l’ho seguita nel lavoro -senza essere pagata- per imparare, e come primo lavoro l’ho sostituita per due mesi.

    E’ stato molto difficile inserirmi nel mondo del lavoro, avevo solo piccoli lavori saltuari, finché una signora della Caritas mi ha assunta come badante per sua mamma per tre anni.

    E poi ho conosciuto un uomo, con cui ho iniziato un rapporto, ma non aveva un lavoro, e quando sono rimasta incinta e ha visto l’ecografia, se n’è andato. Nella nostra tradizione un figlio fuori dal matrimonio è una vergogna. Sola, con un bambino appena nato, ho dovuto rivolgermi all’assistenza sociale, che mi ha inserita in una comunità per fare un percorso di genitorialità, però affiancata sempre da un educatore. Se volevo uscire lo potevo fare, ma senza il mio bambino. Per qualsiasi cosa, dalle visite pediatriche, alle vaccinazioni o altro dovevo sempre essere accompagnata dall’educatore.

    A conclusione del progetto mamma/bambino, sono arrivata alla casa della carita’… con poche valigie, ma una montagna di giochi e pelouches!

    Volevo che mio figlio si sentisse a casa. Da subito mi sono sentita accolta, il mio bambino era contento e tutti lo coccolavano: HO INIZIATO A RESPIRARE per la prima volta dopo tanto tempo. Ho trovato la libertà di parlare di me senza essere giudicata. I volontari e l’educatrice mi hanno accompagnato ad affrontare i problemi del lavoro, di salute e di ricerca della casa. Non mi dimenticherò mai che il sabato, non c’erano i mezzi per andare sul posto di lavoro, avete fatto i turni per accompagnarmi e per venirmi a prendere pur di non farmi perdere il lavoro.

    Adesso lavoro come badante 24 ore da un signore anziano, che ha accettato che tenessi con me mio figlio. Non mi avete lasciato sola anche dopo la mia uscita dalla casa, aiutandomi con la burocrazia per la richiesta di una casa, che ad aprile mi è stata finalmente assegnata.

    Per il mio bambino però la Casa della Carità è sempre “CASA MIA”.

    ospite della Casa della Carità di Taccona

  • Sentirsi a casa

        

    Due anni fa sono arrivata alla tanto attesa pensione dopo una vita da insegnante.

    Ero un po’ preoccupata, perché non volevo che tutto quel tempo, che mi ritrovavo a disposizione, andasse sprecato.

    Così, quando sentito che la mia amica Adele insegnava italiano alle persone straniere, mi sono detta che avrei potuto farlo anch’io. Ed ho iniziato questa nuova avventura, due giorni alla settimana, …e non esattamente vicino a casa mia…

    Le alunne vengono un po’ da tutte le parti del mondo: sono di diverse fasce d’età e tutte desiderano imparare la lingua italiana per le loro esigenze quotidiane: comunicare con le maestre dei loro figli, cercare il lavoro, fare la spesa, parlare con i medici…

    Col passare del tempo, mi sono resa conto che il bisogno di queste persone va oltre: desiderano ancora di più una compagnia umana, nella quale possano sentirsi “a casa”: parlano delle loro famiglie, della loro terra e, sebbene esistano differenze culturali e religiose, ognuna si sente libera di essere se stessa e non si sente giudicata.

    In classe c’è sempre un clima gioioso: spesso vengono festeggiate le feste delle varie religioni, con partecipazione e rispetto reciproco.

    Faccio questi gesti non perché voglio essere una brava persona, ma perché l’incontro con Gesù mi fa guardare agli altri con occhi diversi e mi fa desiderare di poter donare a mia volta tutto quello che ho ricevuto da Lui.

    Nello stesso tempo, posso dire che anch’io in questo luogo ho trovato la “mia casa”, perché nelle persone che fanno con me questo gesto ho trovato quel sorriso accogliente che esprime lo stesso desiderio di felicità che ho io.

    insegnante presso la Casa della Carità di Taccona