FERNANDA
La Caritas non è più solo un ente che distribuisce cibo e vestiti. Oggi è fondamentale soprattutto ascoltare il bisogno dell’altro e incontrare la persona.
Per esempio, è arrivato un ragazzo con una barba molto lunga e ci ha chiesto una lametta perché voleva sentirsi più pulito e in ordine. Lo abbiamo poi indirizzato alla Caritas di Monza, dove avrebbe potuto anche fare una doccia.
È importante conoscere anche le altre realtà che aiutano le persone, per collaborare e riuscire a rispondere ai bisogni in modo completo.
Io ho sentito Marina dire che questa esperienza le ha fatto bene. Per me è stato un po’ diverso, ma in qualche modo simile.
Io lavoravo ancora e avevo ancora i ragazzi a casa. A un certo punto ho iniziato a sentire che mi mancava qualcosa. Anche se lavoravo in Comune, a contatto con le persone, avevo bisogno di fare qualcosa che facesse bene a me. Avevo bisogno io di farlo.
Quando ho deciso di licenziarmi, i miei figli non erano d’accordo. Io ho detto: adesso voi cominciate a lavorare, vi sposerete e andrete per la vostra strada. E io cosa faccio? Aspetto di diventare nonna?
Prima sono andata dai disabili in via Buonarroti. Finché mi hanno messo allo stiro, andava bene. Quando mi hanno affidato le ragazzine, invece, ho capito che facevo fatica.
Vedere queste bambine che mi venivano in braccio e mi abbracciavano per me era doloroso. Tornavo a casa troppo triste.
Oggi seguiamo circa 100 famiglie, per un totale di circa 300 persone. Ci confrontiamo spesso con il Comune, soprattutto per gli aiuti economici e, ultimamente, per la richiesta di alloggi.
MARINA
Siamo una decina di persone, ognuna con il proprio ruolo, anche se siamo disponibili a fare un po’ di tutto.
Io, per esempio, non mi occupo della parte burocratica e organizzativa, perché ci sono altre persone più competenti.
Quando preparo i pacchi non conosco le persone che li riceveranno, però cerco di avere un’attenzione particolare. Vorrei che gli altri fossero trattati come vorrei essere trattata io.
Cerco di mettere le cose in ordine, anche perché così ce ne sta di più. E, se so che una famiglia è musulmana, per esempio, non metto affettati o salumi.
Anch’io lavoravo ancora e davo una mano all’Associazione Stefania. Poi, quando hanno aperto la casa di riposo a Muggiò, ho iniziato ad andare lì.
Ho dovuto smettere perché avevo assistito mia mamma, che soffriva di Alzheimer, e rivedere persone con gli stessi problemi mi bloccava: mi ricordavano quello che avevo passato.
Io sono arrivata qui dieci anni fa, quando è morto mio marito. Quando mi hanno chiamato, per me è stata una provvidenza.
Dopo un dolore così grande, cosa avrei fatto? Sarei rimasta a casa a guardare i muri. Invece ho ricevuto questa proposta e l’ho subito accolta. Per me è stato anche un aiuto morale e lo faccio volentieri.
Cerco di esserci sempre, perché penso che, se io do un po’ del mio tempo, anche dall’altra parte possano capire la mia disponibilità.
È una gioia quando le persone che aiutiamo ci incontrano per strada, ci riconoscono e ci salutano.
Questa gente spesso non ha niente. Noi invece abbiamo amici, una famiglia, una fede.
Comunque, mettersi al servizio degli altri e di tante situazioni è innanzitutto un dono. È proprio un’esigenza che senti dentro.


