Associazione Madre della Misericordia

  • Sentirsi a casa

        

    Due anni fa sono arrivata alla tanto attesa pensione dopo una vita da insegnante.

    Ero un po’ preoccupata, perché non volevo che tutto quel tempo, che mi ritrovavo a disposizione, andasse sprecato.

    Così, quando sentito che la mia amica Adele insegnava italiano alle persone straniere, mi sono detta che avrei potuto farlo anch’io. Ed ho iniziato questa nuova avventura, due giorni alla settimana, …e non esattamente vicino a casa mia…

    Le alunne vengono un po’ da tutte le parti del mondo: sono di diverse fasce d’età e tutte desiderano imparare la lingua italiana per le loro esigenze quotidiane: comunicare con le maestre dei loro figli, cercare il lavoro, fare la spesa, parlare con i medici…

    Col passare del tempo, mi sono resa conto che il bisogno di queste persone va oltre: desiderano ancora di più una compagnia umana, nella quale possano sentirsi “a casa”: parlano delle loro famiglie, della loro terra e, sebbene esistano differenze culturali e religiose, ognuna si sente libera di essere se stessa e non si sente giudicata.

    In classe c’è sempre un clima gioioso: spesso vengono festeggiate le feste delle varie religioni, con partecipazione e rispetto reciproco.

    Faccio questi gesti non perché voglio essere una brava persona, ma perché l’incontro con Gesù mi fa guardare agli altri con occhi diversi e mi fa desiderare di poter donare a mia volta tutto quello che ho ricevuto da Lui.

    Nello stesso tempo, posso dire che anch’io in questo luogo ho trovato la “mia casa”, perché nelle persone che fanno con me questo gesto ho trovato quel sorriso accogliente che esprime lo stesso desiderio di felicità che ho io.

    insegnante presso la Casa della Carità di Taccona

  • Ho iniziato a respirare

        

    Mi chiamo Alama ho 32 anni e un figlio di 5. Vengo dalla Guinea Francese e sono stata con i miei nonni fino ai 20 anni, perché i miei genitori si erano trasferiti in Italia. Quando ho raggiunto i miei genitori, per me è stato molto difficile: non avevo un lavoro, non sapevo la lingua… Mia mamma mi ha sempre spinto ad arrangiarmi, mi mandava a fare la spesa e a fare altre commissioni, mi dava un foglio scritto con il nostro indirizzo da usare nel caso in cui mi fossi persa.

    A un corso gratuito di italiano, ho conosciuto una ragazza peruviana che faceva la badante: l’ho seguita nel lavoro -senza essere pagata- per imparare, e come primo lavoro l’ho sostituita per due mesi.

    E’ stato molto difficile inserirmi nel mondo del lavoro, avevo solo piccoli lavori saltuari, finché una signora della Caritas mi ha assunta come badante per sua mamma per tre anni.

    E poi ho conosciuto un uomo, con cui ho iniziato un rapporto, ma non aveva un lavoro, e quando sono rimasta incinta e ha visto l’ecografia, se n’è andato. Nella nostra tradizione un figlio fuori dal matrimonio è una vergogna. Sola, con un bambino appena nato, ho dovuto rivolgermi all’assistenza sociale, che mi ha inserita in una comunità per fare un percorso di genitorialità, però affiancata sempre da un educatore. Se volevo uscire lo potevo fare, ma senza il mio bambino. Per qualsiasi cosa, dalle visite pediatriche, alle vaccinazioni o altro dovevo sempre essere accompagnata dall’educatore.

    A conclusione del progetto mamma/bambino, sono arrivata alla casa della carita’… con poche valigie, ma una montagna di giochi e pelouches!

    Volevo che mio figlio si sentisse a casa. Da subito mi sono sentita accolta, il mio bambino era contento e tutti lo coccolavano: HO INIZIATO A RESPIRARE per la prima volta dopo tanto tempo. Ho trovato la libertà di parlare di me senza essere giudicata. I volontari e l’educatrice mi hanno accompagnato ad affrontare i problemi del lavoro, di salute e di ricerca della casa. Non mi dimenticherò mai che il sabato, non c’erano i mezzi per andare sul posto di lavoro, avete fatto i turni per accompagnarmi e per venirmi a prendere pur di non farmi perdere il lavoro.

    Adesso lavoro come badante 24 ore da un signore anziano, che ha accettato che tenessi con me mio figlio. Non mi avete lasciato sola anche dopo la mia uscita dalla casa, aiutandomi con la burocrazia per la richiesta di una casa, che ad aprile mi è stata finalmente assegnata.

    Per il mio bambino però la Casa della Carità è sempre “CASA MIA”.

    ospite della Casa della Carità di Taccona